La legge Pella, approvata definitivamente il 1 ottobre 2025, riconosce l’ob*sità come malattia cronica e recidivante e prevede percorsi di cura, un Osservatorio nazionale e programmi specifici per l’identificazione e il trattamento delle persone ob*ese.
In teoria, dovrebbe ridurre stigma, migliorare l’accesso alle cure e riconoscere bisogni spesso trascurati.
Ma è davvero così?
Quando “cura” non significa davvero cura: i limiti profondi della legge Pella
Il presupposto di base: “se sei grassə, sei malatə”
Questo è il nodo centrale.
Secondo il testo della legge, la grassezza è un problema da risolvere, a prescindere da come vivi, da quali sono i tuoi indicatori reali di salute o da come ti stai prendendo cura di te.
L’idea di fondo è che la grassezza non vada bene e che si debba fare qualcosa per eliminarla.
Non importa come stai, non importa se stai recuperando salute mentale, regolazione alimentare, relazioni.
Se hai un corpo grasso oltre una certa soglia, la legge ti considera automaticamente malatə.
Questa impostazione ha tre effetti enormi:
Riduce la salute al peso.
Riduce il corpo a un numero (BMI).
Riduce la cura a una proposta di interventi sempre e comunque mirati a ridurre il peso.
Medicalizzare il corpo non è la stessa cosa che prendersene cura
Secondo questa legge, se non segui le modalità stabilite di cura, rimani comunque malatə. Anche quando migliori la tua salute attraverso percorsi non contemplati da questa definizione riduttiva di cura.
Questo significa che:
Se migliori la tua salute mentale → non conta.
Se smetti di avere episodi di fame nervosa o binge eating → non conta.
Se ritrovi connessione con segnali corporei → non conta.
Se costruisci un rapporto gentile con il cibo e con il corpo → non conta.
Conta il peso.
Conta che il corpo diventi più piccolo.
Conta che rientri in uno standard.
E per molte donne in fase di cambiamento corporeo (menopausa, post-partum, interventi medici, condizioni croniche), questo è uno sguardo non solo superficiale, ma pericoloso.
Il mito del “ridurre lo stigma” (mentre si rafforza lo stigma)
Alcune istituzioni sostengono che riconoscere l’ob*sità come malattia riduca lo stigma.
Ma la verità è l’esatto contrario.
L’obiettivo non è ridurre lo stigma: l’obiettivo è ridurre la grassezza.
Quando il corpo viene definito “malato” IN BASE AL NUMERO, non allo stato di salute reale, lo stigma aumenta.
Perché se sei grassə:
il problema sei tu,
il difetto è il corpo,
l’unica cura prevista è diventare meno grassə.
E questo è il modo più efficace per generare:
vergogna per il corpo,
depressione,
ansia,
disturbi alimentari,
disconnessione dai segnali interni,
cicli infiniti di dieta-fallimento-autocolpa.
Tutto ciò è ampiamente documentato in letteratura.
E la salute mentale? Messa in un cassetto.
È come se mettessimo la salute mentale in un cassetto: se hai un corpo grasso, devi comunque fare qualcosa per ridurne le dimensioni.
Il punto è proprio questo:
la legge parla di salute, ma non parla mai di salute mentale, non parla di:
trauma,
regolazione emotiva,
immagine corporea,
fame nervosa,
stigma interiorizzato.
È un’idea di salute monodimensionale: meno grasso = più salute.
Una formula fallace che da decenni produce più danni che benefici.
Un’altra strada esiste: consapevolezza, compassione, autonomia
Mentre la legge Pella definisce la salute dall’esterno, ci sono approcci che la definiscono dall’interno.
Mindful Eating: tornare ai segnali del corpo
La Mindful Eating aiuta a:
ascoltare la fame reale, invece della fame emotiva o nervosa,
riconoscere la sazietà e la soddisfazione sensoriale,
ridurre l’automatismo alimentare,
costruire fiducia nel corpo invece di combatterlo,
eliminare il giudizio sul cibo.
Non ti dice che devi diventare necessariamente più magrə.
Ti dice che puoi diventare più presente, più gentile, più liberə.
Body Compassion: trattarsi come si tratterebbe qualcuno che si ama
La body compassion è la risposta opposta allo stigma previsto dal modello della legge Pella.
Significa:
accogliere i cambiamenti del corpo,
riconoscere la fatica,
darsi supporto nei momenti di criticità,
uscire dal ciclo di autodisprezzo.
E sì: aiuta concretamente la salute, non solo il benessere emotivo.
Ma allora… che senso ha prendersi cura, se la legge mi considera comunque malatə?
È una domanda potente, che emerge proprio dalla riflessione su questa legge:
Dal punto di vista di chi vive in un corpo grasso, stando a questa legge, non ha senso prendersi cura di sé se non nei modi previsti dalla legge stessa. Ovvero, dimagrendo.
E infatti: molte persone rischiano di pensare che l’unica cura valida sia la dieta, il farmaco, il dimagrimento.
Ma tu non sei un numero.
Non sei una categoria clinica.
Non sei un parametro.
La cura può assumere molte forme.
Alcune delle quali NON sono contemplate dal legge Pella, ma sono fondamentali:
ritrovare sicurezza nel corpo,
uscire dalla fame nervosa,
recuperare fiducia interna,
stabilizzare l’umore,
curare le ferite del giudizio e dello stigma,
mangiare senza paura,
ascoltarsi davvero.
E questa è salute.
FAQ essenziali
È sbagliato voler dimagrire se si ha un corpo grasso?
No. Ma è sbagliato ridurre la cura al diventare più magrə.
Esistono percorsi efficaci che non passano dal peso?
Sì: mindful ed intuitive eating, body compassion, lavoro sull’immagine corporea, psicoterapia focalizzata sul corpo.
Posso lavorare bene sul cibo senza voler dimagrire?
Assolutamente sì. Anzi, spesso il dimagrimento come obiettivo impedisce di prendersi cura di sé.
Cosa faccio se la legge mi fa sentire “sbagliatə”?
Ricorda: la tua salute non è definita da una norma. È definita da come vivi, senti, mangi, respiri, ti relazioni.
La tua salute merita spazi più ampi di una legge
La legge Pella parla di “cura”, ma il suo sguardo resta fisso sul peso.
La salute, invece, è una trama complessa di biologia, emozioni, relazioni, storie personali.
Non permettere che una definizione esterna riduca la tua voce interna.
Hai diritto a un rapporto col corpo e col cibo che sia:
libero,
rispettoso,
consapevole,
compassionevole,
sostenibile.
Ed è questo il lavoro che puoi fare — se lo desideri — passo dopo passo.
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