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L’adiposità comporta un rischio significativo di morbilità?

Oltre le semplificazioni

Se ti occupi professionalmente di peso e disturbi alimentari, ti sarai trovatə più volte davanti alla domanda: “L’obesità è una malattia? L’adiposità aumenta davvero il rischio di morbilità?”

Le narrazioni dominanti della sanità pubblica spesso rispondono con un “sì” netto, dipingendo il corpo con più grasso come un corpo “a rischio”.

Ma cosa succede se ci fermiamo, con uno sguardo critico, a leggere le evidenze in maniera più approfondita?

Il rischio di cadere in riduzionismi è alto. E per chi lavora nella relazione d’aiuto, il modo in cui interpretiamo queste evidenze influenza non solo la pratica clinica, ma anche la qualità della relazione con chi si affida a noi.


L’associazione tra obesità e malattia: cosa dicono davvero le evidenze?

È ben documentato che l’obesità sia associata a un aumento del rischio di diverse malattie croniche. Ma associazione non significa necessariamente causalità.

Limiti degli studi epidemiologici

Gli studi raramente tengono conto di fattori come:

  • livello di forma fisica e attività fisica,

  • qualità della dieta e nutrienti assunti,

  • stato socioeconomico,

  • cicli di peso (weight cycling).

Quando questi fattori vengono inclusi nelle analisi, l’aumento del rischio di malattia legato al peso spesso si riduce o scompare del tutto [Campos et al., 2005].

👉 In altre parole: è possibile che non sia l’adiposità di per sé a spiegare l’aumento della morbilità, ma variabili correlate che tendono a coesistere con essa.


Il ruolo del ciclo del peso

Uno degli esempi più studiati è quello del weight cycling, il tipico saliscendi dovuto ai ripetuti tentativi di dieta.

  • Il ciclo del peso aumenta l’infiammazione cronica, a sua volta associata a diverse patologie [Strohacker & McFarlin, 2010].

  • Può favorire ipertensione, resistenza insulinica e dislipidemia [Montani et al., 2006].

  • È stato collegato a peggiori esiti cardiovascolari e mortalità aumentata [Olson et al., 2000; Rzehak et al., 2007].

Il Framingham Heart Study e il NHANES hanno suggerito che la mortalità in eccesso attribuita all’obesità potrebbe essere spiegata dal ciclo del peso più che dall’adiposità stessa [Lissner et al., 1991; Diaz et al., 2005].

Questo dato invita a riflettere: quando prescriviamo una nuova dieta a chi ha già sperimentato numerosi tentativi falliti, stiamo davvero riducendo i rischi di salute?

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Diabete di tipo 2: adiposità come causa o come sintomo?

Il diabete di tipo 2 è spesso citato come l’esempio per eccellenza del legame tra peso e malattia. Tuttavia, sempre più evidenze suggeriscono che:

  • Povertà e marginalizzazione sociale siano fattori predittivi più forti del peso [McDermott, 1998; Raphael et al., 2010].

  • La resistenza insulinica, considerata fattore chiave nello sviluppo del diabete, possa precedere e favorire l’aumento di peso, più che derivarne [Charles et al., 1993; Odeleye et al., 1997].

👉 In questa prospettiva, l’adiposità non sarebbe la causa del diabete, ma un sintomo precoce di una disregolazione metabolica sottostante.


Ipertensione e adiposità: un legame meno chiaro del previsto

Anche l’ipertensione è comunemente collegata al peso, ma i dati sono meno lineari di quanto si pensi.

  • L’IMC risulta correlato alla pressione arteriosa più della percentuale di grasso corporeo, suggerendo un ruolo della massa magra [Weinsier et al., 1985].

  • Studi indicano che chi cicla frequentemente il peso ha più probabilità di sviluppare ipertensione [Schulz et al., 2005].


Tendenze epidemiologiche che smentiscono la narrativa catastrofica

Tra il 1960 e il 2000:

  • la prevalenza dell’ipertensione si è dimezzata,

  • l’incidenza delle malattie cardiovascolari è crollata,

  • la loro gravità si è ridotta e si manifestano più tardi nella vita [Gregg et al., 2005].

E questo nonostante l’aumento medio del peso della popolazione.

👉 Questi dati mettono in dubbio l’idea che la cosiddetta “epidemia di obesità” sia automaticamente un’epidemia di malattie.


Implicazioni cliniche ed etiche

Se accettiamo una visione più complessa, che cosa cambia nel nostro lavoro con chi confligge con il cibo?

  • Non ridurre tutto al peso: il rischio di malattia non è spiegato unicamente dall’adiposità.

  • Valorizzare i determinanti sociali e relazionali: povertà, discriminazione e stigma pesano sulla salute più di quanto spesso riconosciamo.

  • Proteggere dalla prescrizione di cicli di dieta: ridurre i tentativi di dimagrimento ciclico può essere una forma di prevenzione primaria.

  • Promuovere pratiche di cura sostenibili: movimento piacevole, mindful eating, qualità del sonno, gestione dello stress.

Come professionistə, abbiamo il compito di restituire complessità, delicatezza e rispetto in un campo che rischia ancora troppe semplificazioni.

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FAQ

1. Dire che il peso non è causa diretta di malattia significa negare i rischi associati?
No. Significa riconoscere che i rischi esistono, ma che non sono spiegabili unicamente dall’adiposità. Serve uno sguardo multifattoriale.

2. È etico proporre percorsi di dimagrimento?
Dipende. Se la proposta tiene conto della storia personale, del rischio di cicli del peso e delle motivazioni reali della persona, può avere senso. Ma non dovrebbe mai essere l’unica opzione sul tavolo e, soprattutto, la persona dovrebbe essere informata di tutti i rischi associati al weight cycling, alla grassofobia, al dieting e all’insoddisfazione corporea alimentata proprio dalle diete.

3. Come parlare di salute senza rafforzare stigma e senso di colpa?
Con un linguaggio che non riduce la persona al suo peso, che valorizza comportamenti e determinanti sociali della salute e che offre possibilità di cura diversificate.


Un invito alla complessità

L’adiposità è associata a diversi rischi di salute, ma le evidenze mostrano che la causalità è meno diretta di quanto comunemente si affermi. Il ciclo del peso, i determinanti sociali e i fattori metabolici sottostanti ci offrono una prospettiva più realistica e utile.

Come professionistə, il nostro compito è proteggere le persone dalle semplificazioni dannose e aprire spazi di cura che mettano al centro dignità, autonomia e relazione.


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